sabato 23 agosto 2008

Anna e Clara

dal sito Preghiere a Gesù e Maria

IMPRIMATURE
Vicariatu Urbis, die 9 aprilis 1952 + OLOYSIUS TRAGLIAArchie.us Caesarien. Vicesgerens


PREMESSA

Clara e Annetta, giovanissime, lavoravano in una: Ditta commerciale a*** (Germania).

Non erano legate da profonda amici­zia, ma da semplice cortesia. Lavoravano. ogni giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scam­bio di idee: Clara si dichiarava aperta­mente religiosa e sentiva il dovere di i­struire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superfi­ciale in fatto di religione.

Trascorsero qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla Ditta. Nell'autunno di quell'anno, 1937, Clara trascorreva le va­canze in riva al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò dal paese natio una lettera: «E' morta Annetta N... E' rimasta vittima di un in­cidente automobilistico. L'hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof"».

La notizia spaventò la buona signori­na, sapendo che l'amica non era stata tanto religiosi. Era preparàta a presen­tarsi davanti a Dio?... Morendo all'im­provviso, come si sarà trovata?...

L'indomani ascoltò la S. Messa e fece anche la Comunione in sud suffragio, pregando fervorosamente. La notte se­guente, 10 minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la visione...

«Clara, non pregare per me! Sono dannata. Se te lo comunico e te ne rife­risco piuttosto lungamente; non. credere che ciò avvenga a titolo di' amicizia: Noi qui non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come « parte di quella potenza che sempre vuole il ma­le e opera il bene ».

In verità vorrei vede»e anche te ap­prodare a questo stato, dove io ormai ho gettato l'àncora per sempre:

Non stizzirti di questa intenzione. Qui, noi pensiamo tutti così. La nostra volon­tà è impietrita nel male- in, ciò oche voi appunto chiamate « male ». Anche quando noi facciamo qualche cosa di «be­ne», come io ora, spalancandoti gli occhi sull'inferno, questo non avviene con buo­na, intenzione.

Ti ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a * * *? Contavi allora; 23 anni e ti trovavi colà. da mezz'anno quando ci arrivai io.

Tu mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buo­ni indirizzi. Ma che vuol dire «buono»?

Io lodavo allora il tuo « amore del pros­simo». Ridicolo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria, come, del resto, lo so­spettavo già fin d'allora. Noi non ricono­sciamo qui nulla di buono. In nessuno.

Il tempo della mia giovinezza lo cono­sci. Certe lacune le riempio qui.

Secondo il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta e­sistere. « Capitò loro appunto una disgra­zia ». Le mie due sorelle contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo alla luce.

Non fossi mai esistita! Potessi ora an­nientarmi e sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza, come un vestito di cenere, che si perde nel nulla.

Ma io devo esistere. Devo esistere così come mi son fatta io: con una esistenza fallita.

Quando papà e mamma, ancora giova­ni, si trasferirono dalla campagna in cit­tà ambedue avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.

Simpatizzarono con gente non legata alla chiesa. Si erano conosciuti in un ri­trovo danzante e mezz'anno dopo « do­vettero » sposarsi.

Nella cerimonia nuziale rimase attac­cata a loro tant'acqua santa, che la mam­ma si recava in chiesa alla Messa dome­nicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai insegnato a pregare davvero. Si e­sauriva nella cura quotidiana della vita, benché la nostra situazione non fosse di­sagiata.

Parole, come pregare, Messa, istruzio­ne religiosa, chiesa, le dico con una ripugnanza intera senza pari. Aborrisco tut­to, come' odio: chi frequenta la chiesa e in genere tutti gli uomini e tutte le cose.

Da tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte, ogni: ricordo di cose vissute o sa­pute, è per noi una fiamma pungente.

E tutti i ricordi ci mostrano quel lato che, in ,essi: era grazia. e che noi sprezzam­mo. Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non cammi­niamo coi :piedi. Spiritualmente incate­nati, guardiamo inebetiti « con urla e stridor di denti » la nostra vita andata 1n fumo: : odiando e tormentati!

Senti? Noi qui beviamo l'odio come ac­qua. Anche l'uno verso l'altro. Soprattutto noi odiamo Dio.

Te lo voglio..rendere comprensibile.

I -Beati in ,cielo devono, amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua bel­lezza abbagliante. Ciò li beatífica talmen­te, da non poterlo descrivere. Noi lo sap­piamo e questa cognizione ci rende fu­ribondi. .

Gli uomini in terra che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, pos­sono amarlo; ma non ne sono costretti. Il credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contem­pla Cristo in croce, con le braccia stese, finirà con l'amarlo.

Ma colui al quale Dio si avvicina solo nell'uragano; come punitore, come giu­sto vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi, co­stui non può che odiarlo, con tutto l'im­peto della sua malvagia volontà, eterna­mente, in forza della libera accettazione di esseri separati da Dio: risoluzione con la quale, morendo, abbiamo esalato l'a­nima nostra e che neppure ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirare.

Comprendi ora perché l'inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazio­ne 'giammai si scioglierà da noi.

Costretta, aggiungo che Dio è miseri­cordioso persino verso di noi. Dico « co­stretta ». Poiché, anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permes­so di mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d'improperi, che vor­rei vomitare la devo strozzare.

Dio fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la no­stra malvagia volontà, come noi sarem­mo stati pronti a fare. Ciò avrebbe au­mentato le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzitempo, come me, o fece intervenire altre circostanze mi­tiganti.

Ora egli si dimostra, misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvi­cinarci a lui più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò dimi­nuisce il tormento.

Ogni passo che mi portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena mag­giore di quella che a te recherebbe un passo più vicino a un rogo ardente.

Ti sei spaventata, quando io una vol­ta, durante il passeggio, ti raccontai che mio padre, pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: « An­nettina, cerca di meritarti un bel vesti­tino; il resto è una montatura ».

Per il tuo spavento quasi mi sarei per­fino vergognata. Ora ci rido sopra. L'unica cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a dodici anni. Io allora, ero già abbastanza presa dalla mania dei divertimenti mondani, così che sen­za scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione.

Che parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi facciamo di tutto per dare a intendere alla gente che ai bambini man­ca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati mortali.

Allora la bianca Particola non fa più in essi così gran danno, come quando nei loro cuori vivono ancora la fede, la spe­ranza e la carità - puh! questa roba ­ricevute nel battesimo. TI ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione?

Ho accennato a mio padre. Egli era so­vente in lite con la mamma. Te ne feci allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del ma­le! Per noi, qui tutto è lo stesso.

I miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma, e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio. Le mie sorelle erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse, dicevano, del denaro che guadagnavano. La mamma, cominciò a lavorare per guadagnare qual­che cosa.

Nell'ultimo anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli vo­leva dar nulla. Verso di me, invece. fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho raccontato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei ur­tata nei miei riguardi?) - un giorno do­vette portare indietro, per ben due volte, le scarpe comprate, perchè la forma e i tacchi non erano per me abbastanza mo­derni.

La notte, in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io, per timore di una interpretazione disgustosa, non riuscii mai a con­fidarti. Ma ora devi saperlo. E' importan­te per questo: allora per la prima volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.

Dormivo in camera con mia madre. I suoi respiri regolari dicevano il suo pro­fondo sonno.

Quand'ecco mi sento chiamare per no­me. Una voce ignota mi dice: « Che sarà se muore papà? ».

Non amavo più mio padre, dacché trattava così villanamente la mamma; come, del resto, non amavo fin d'allora assolutamente nessuno, ma ero 'solamen­te affezionata ad alcune persone, che e­rano buone verso di me. L'amore senza speranza di contraccambio terreno, vive solo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo ero.

Così risposi alla misteriosa domanda, senza darmi conto donde venisse: « Ma non muore mica! ».

Dopo una breve pausa;, di nuovo la stes­sa domanda chiaramente percepita. « Ma

non muore mica! » mi scappò ancora di bocca, bruscamente.

Per la terza volta fui richiesta: « Che sarà se muore tuo padre? ». Mi si presen­tò alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, mal­trattava la mamma, e come egli ci aveva messi in una condizione umiliante dinan­zi alla gente. Perciò gridai indispettita. ­« E gli sta bene! ».

Allora tutto tacque.

La mattina seguente, quando la mam­ma volle mettere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre, mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la birra in cantina, doveva essersi buscato qual­che accidente. Era già da lungo tempo malaticcio. (*)

(*) Aveva forse Dio legato la salvezza del padre all'opera buona della figlia, verso la quale quell'uo­mo era stato pur buono? Quale responsabilità per ognuna, lasciar perdere l'occasione di fare del bene al prossimo!

Marta K ... e tu mi avete indotta a entrare nell' « Associazione delle Giova­ni ». Veramente non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la mo­da, parrocchiale le istruzioni delle due di­rettrici, le signorine X ...

I giuochi erano divertenti. Come sai vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio.

Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla Confessione e alla Comunione.

A dire il vero, non avevo nulla da con­fessare. Pensieri e discorsi per me non avevano importanza. Per azioni pi gros­solane, non ero ancora abbastanza cor­rotta.

Tu mi ammonisti una volta: « Anna, se non preghi, vai alla perdizione! ». Io pregavo davvero poco e anche que­sto, solo svogliatamente.

Allora tu avevi purtroppo ragione. Tut­ti coloro che bruciano nell'inferno non hanno pregato, o non hanno pregato abbastanza.

La preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Special­mente la preghiera a colei che fu la Ma­dre di Cristo, il nome della quale noi non nominiamo mai.

La devozione a lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani.

Proseguo il racconto consumandomi d'ira e solo perchè devo. Pregare è la cosa più facile che l'uomo possa fare sulla ter­ra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno.

A chi prega con perseveranza egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine anche il pec­catore più impantanato si può definiti­vamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.

Negli ultimi anni della mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.

Qui non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le ri­

fiuteremmo cinicamente. Tutte le flut­tuazioni dell'esistenza terrena sono ces­sate in quest'altra vita.

Da voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Gra­zia e dalla Grazia cadere in peccato: spes­so per debolezza, talvolta per malizia.

Con la morte questa salire e scendere finisce, perchè ha la sua radice nella im­perfezione dell'uomo terreno. Ormai. ab­biamo raggiunto lo stato finale.

Già col crescere degli anni i cambia­menti divengono più rari. E' vero, fino alla morte si può sempre rivolgersi a Dio o voltargli le spalle. Eppure, quasi trasci­nato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli resti nella volontà, si comporta come era abituato nella vita.

La consuetudine, buona o cattiva, di­viene una seconda natura. Questa lo tra­scina con sè.

Così avvenne anche a me. Da anni vi­vevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.

Non fu il fatto che peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più risorgere.

Tu mi hai più volte ammonita, di ascol­tare le prediche, di leggere libri di pietà. « Non ho tempo », era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per au­mentare la mia incertezza interna!

Del resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai così avan­zata, poco prima della mia uscita dalla « Associazione delle Giovani », mi sareb­be riuscito enormemente gravoso metter­mi su un'altra via. Io mi sentivo malsi­cura e infelice. Ma davanti alla conver­sione si ergeva una muraglia.

Tu non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice quando un giorno mi dicesti: « Ma fa una buona Confessione, Anna, e tutto è a posto ».

Io sentivo che sarebbe stato tosi. Ma il mondo, il demonio, la carne mi teneva­no già troppo saldamente nei loro artigli. All'influsso del demonio non credetti mai. E ora attesto che egli influisce ga­gliardamente sulle persone che si trova­no nella condizione in cui mi trovavo io allora.

Soltanto molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e sof­ferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui.

E anche ciò, solo a poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di os, sessi internamente ce n'è un formico­laio. Il demonio non può rapire la libera volontà a coloro che si dànno al suo in­flusso. Ma in pena della loro, per dir to­si, metodica apostasia da Dio, questi per­mette che il « maligno» si annidi in essi.

Io odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perchè cerca di rovinare voial­tri; lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo.

Essi si contano a milioni. Girovagano per la terra, densi come uno sciame di moscerini, e voi neanche ve ne accorgete­

Non tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è, ufficio degli spiriti decaduti. Veramente ciò accresce ancor più il loro tormento ogni volta che essi trascina­no quaggiù all'inferno un'anima umana. Ma che cosa non fa mai l'odio?

Benché io camminassi per sentieri lon­tani da Dio, Dio mi seguiva.

Preparavo la via alla Grazia con atti di carità naturale che compivo non di rado per inclinazione dei mio tempe­ramento.

Talvolta Dio mi attirava in una chie­sa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo la mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno, e in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio agi­vano potentemente.

Una volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del mezzogiorno, mi venne qual­cosa addosso che sarebbe bastato un so­lo passo per la mia conversione: io piansi!

Ma poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia.

Il grano soffocava tra le spine.

Con la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva sem­pre in ufficio, cestinai anche questo invi­to della Grazia, come tutti gli altri.

Una volta tu mi rimproverasti, perchè invece di una genuflessione fino a terra, feci appena un informe inchino, piegan­do il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto di pigrizia. Non sembrasti neppur sospetta­re che io fin d'allora non credevo più nel­la presenza di Cristo nel Sacramento.

Ore, ci credo, ma solo naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti.

Intanto mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo.

Sostenevo l'opinione, che da noi in uf­ficio era comune, che l'anima dopo la morte risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare sen­za fine.

Con ciò l'angosciosa questione dell'al di là era insieme messa a posto e resa a me innocua.

1 Perche tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Laz­zaro, in cui il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno al­l'inferno e l'altro in paradiso?... Del re­sto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più che coti gli altri tuoi discorsi di bi­gottismo!

A poco a poco mi creai io stessa un Dio: sufficientemente dotato da essere chia­mato Dio; lontano abbastanza da me da non dover mantenere nessuna relazione con lui; vago abbastanza da lasciarsi, se­condo il bisogno, senza mutar la mia re­ligione; rassomigliare a un Dio pantei­stico del mondo, oppure da lasciarsi poe­tizzare come un Dio solitario.

Questo Dio non aveva nessun paradi­so da regalarmi e nessun inferno da in­fliggermi. Lo lasciavo in pace. In ciò con­sisteva la mia adorazione per lui.

A ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza con­vinta della mia religione. In questo mo­do si poteva vivere.

Una cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore. E

questo dolore non venne!

Comprendi ora cosa vuol dire: « Dio castiga quelli che amai »?

Era una domenica di luglio, quando l'Associazione delle giovani organizzò u­na gita a * * *. La gita mi sarebbe piaciu­ta. Ma quegli insulsi discorsi, quel fare da bigotti i

Un altro simulacro ben diverso da quel­lo della Madonna di * * * stava da poco tempo sull'altare del mio cuore. L'aitan­te Max N.... del negozio attiguo. Poco tempo prima avevamo scherzato più volte.

Appunto per quella, domenica, egli mi aveva invitata a una gita. Quella con cui andava di solito, giaceva, malata all'o­spedale.

Egli aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo ancora allora. Era bensi agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte le ragazze. E io, fino a quel tem­po, volevo un uomo che appartenesse unicamente a me. Non sola essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo natu­rale, infatti, l'ebbi sempre.

Nella suaccennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mi­ca delle conversazioni pretesche come tra voialtre!

Il giorno seguente; in ufficio, tu mi fa­cesti dei rimproveri, perchè non ero ve­nuta con voi a * * *. Io ti descrissi il mio divertimento di quella domenica.

La tua prima domanda fu: « Sei stata alla Messa? » Sciocchina! Come potevo, dato che la partenza era fissata per le sei?!

Sai ancora, come io, eccitata aggiunsi: « Il buon Dio non ha una mentalità così piccina come i vostri pretacci! ».

Ora devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior precisione che tutti i preti.

Dopo quella prima gita con Max, ven­ni ancora una volta sola all'Associazione: a Natale,' per la celebrazione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a tor­nare. Ma internamente mi ero già allon­tanata da voialtre:

Cinema, ballo, gite si avvicendevano senza tregua. Max e io bisticciammo al­cune volte, ma seppi sempre incatenarlo di nuovo a me.

Molestissima mi riuscì l'altra amante, che, tornata dall'ospedale, si comportò come un'ossessa. Veramente per mia for­tuna; poiché la mia nobile calma fece potente impressione su Max, che fini col decidere, che io fossi la preferita.

Avevo saputo rendergliela odiosa, par­lando freddamente: all'esterno positiva, nell'interno vomitando veleno. Tali sen­timenti e tale contegno preparano eccel­lentemente 'per l'inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.

Perchè ti racconto ciò? Per riferire co­me io mi staccai definitivamente da Dio. Non già, del resto, che tra me e Max si sia arrivati molto spesso fino agli estre­mi della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere.

Ma in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco ci a­mavamo, possedendo ambedue non po­che preziose qualità, che ci facevano sti­mare vicendevolmente. Io ero abile, ca­pace, di piacevole compagnia. Così mi tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del ma­trimonio, a essere l'unica, a possederlo.

In ciò consistette la mia apostasia dar Dio: elevare una creatura a mio idolo. In nessuna cosa può avvenire questo, in mo­do che abbracci tutto, come nell'amore di una persona dell'altro sesso, quando quest'amore rimane arenato nelle soddi­sfazioni terrene. E' questo che forma la. sua attrattiva, il suo stimolo e il suo, veleno.

L' « adorazione », che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per, me religione vissuta.

Era il tempo in cui in ufficio mi sca­gliavo velenosa contro i chiesaioli, i pre­ti, le indulgenze, il biascichìo dei rosari e simili sciocchezze.

Tu hai cercato, più o meno argutamen­te, di prendere le difese di tali cose. Ap­parentemente senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in ve­rità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza - allora avevo bisogno di un tale sostegno - per giustificare anche con la ragione la mia apostasia.

In fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritene­,vi ancora per cattolica. Volevo, anzi, es­sere chiamata così; pagavo perfino le tas­se ecclesiastiche. Una certa « contro-assi­curazione», pensavo, non poteva nuocere.

Le tue risposte può darsi alle volte ab­biano colpito nel segno. Su di me non fa­cevano presa, perché tu non dovevi ave­-re ragione.

A causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro distacco, allorché ci separammo in occa­sione del mio matrimonio.

Prima dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta, Era prescrit­to. Io e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perchè non a­vremmo dovuto compiere questa forma­lità? Anche noi la compimmo, come, le altre formalità.

Voi chiamate indegna una tale Comu­nione. Ebbene, dopo quella Comunione « indegna », io ebbi più calma nella co­scienza. Del resto fu anche l'ultima.

La nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armo­nia. Su tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe volen­tieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi stornarlo anche da que­sto desiderio.

Vesti, mobili di lusso, ritrovi da thè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni m'importavano di più.

Fu un anno di piacere sulla terra quel­lo trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina morte.

Ogni domenica andavamo fuori in au­to, oppure facevamo visite ai parenti di mio marito. Di mia madre ora mi vergo­gnavo. Essi galleggiavano alla superficie dell'esistenza, né più né meno di noi.

Internamente, si capisce, non mi sen­tii mai felice, per quanto esternarnente ridessi. C'era sempre dentro di me qual­cosa di indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora mol­to lontana, tutto fosse finito.

Ma è proprio tosi, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che Dio premia ogni opera buona che uno compie, e quando non la potrà ricom­pensare nell'altra vita, lo fa sulla terra.

Inaspettatamente ebbi un'eredità dal­la zia Lotte. A mio marito riuscì felice­mente di portare il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei ordinare la nuo­va abitazione in modo attraente.

La religione non mandava più che da lontano la sua luce, scialba, debole e in­certa.

I caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci portavano certamente a Dio.

Tutti coloro, che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno. all'interno, non dall'interno all'esterno.

Se nei viaggi delle ferie visitammo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci. nel contenuto artistico delle opere. L'ali­to religioso che spiravano, specialmente quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche circostanza accesso­ria: un frate converso impacciato o vesti­to in modo non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per pii, vendesse­ro liquori; l'eterno scampanio per le sa­cre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi...

Così seppi continuamente scacciare da, me la Grazia ogni volta che bussava Lasciavo libero sfogo al mio malumore in modo particolare su certe rappresen­tazioni medioevali dell'inferno nei cimi­teri o altrove, nelle quali il demonio ar­rostisce le anime in brage rosse e incan­descenti, mentre i suoi compagni, dalle lunghe code, gli trascinano nuove vitti­me. Clara! L'inferno si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai.

Il fuoco dell'inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come durante un alterco, in proposito ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: «Ha questo odore?» Tu spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno.

Io ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa tormento della coscienza. Fuoco è fuoco! E' da intendersi letteralmente ciò che ha detto lui: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno! ». Letteralmente.

«Come può lo spirito essere toccato da fuoco materiale? », domanderai. Come può l'anima tua soffrire sulla terra quan­do tu metti il dito sulla fiamma? Difatti non brucia l'anima; eppure che tormen­to ne prova tutto l'individuo!

In modo analogo noi qui siamo spiri­tualmente legati al fuoco, secondo la no­stra natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale

battito d'ala; noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo. Non meravigliarti di queste mie paro­le. Questo stato, che a voialtri non dice nulla, mi riarde senza consumarmi.

Il nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non ve­dremo mai Dio.

Come può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così indifferente?

Fintanto che il coltello giace sulla ta­vola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a gri­dare dal dolore.

Adesso noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pensavamo soltanto.

Non tutte le anime soffrono in misura eguale.

Con quanta maggior cattiveria e quan­to più sistematicamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato.

I cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perchè essi, per lo più, ricevettero e calpestarono più. gra­zie e più luce.

Chi più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno.

Chi peccò per malizia, patisce più acu­tamente di chi cadde per debolezza.

Mai nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un motivo d'odiare!

Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all'inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a una santa.

Io me ne risi. Ma poi mi trincerai die­tro questa dichiarazione.

« Così, in caso di necessità, rimarrà ab­bastanza tempo per fare una «voltata», mi dicevo segretamente.

Quel detto è giusto. Veramente, prima della mia subitanea fine, non conobbi l'inferno com'è. Nessun mortale lo cono­sce. Ma io ne avevo la piena coscienza: « Se muori, vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio. Ne porterai le conseguenze ».

Io non feci dietro-front, come ho già detto, perchè trascinata dalla corrente dell'abitudine. Spinta da quella. confor­mità per cui gli uomini, quanto più in­vecchiano, tanto più agiscono in una stes­sa direzione.

La mia morte avvenne così.

Una settimana fa - parlo secondo il vostro computo, perchè rispetto al dolo­re, potrei dire benissimo che son già die­ci anni che brucio nell'inferno - una settimana fa, dunque, mio marito e ia facemmo di domenica una gita, l'ultima per me.

Il giorno era spuntato radioso. Mi sen­tivo bene quanto mai. M'invase un sini­stro sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.

Quand'ecco all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di volata. Perdette il controllo.

« Jesses » (*), mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, so­lo come grido.

(*) Storpiamento di Jesus, usato frequentemente fra alcune popolazioni di lingua tedesca.

Un dolore straziante mî compresse tutta. - In confronto con quello presente una bagatella. - Poi perdetti i sensi.

Strano! Quella mattina era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensie­ro: «Tu potresti ancora una volta anda­re a Messa ». Suonava come un'implora­zione.

Chiaro e risoluto, il mio «no» troncò il filo dei pensieri. « Con queste cose bi­sogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze! ». - Ora le porto.

Ciò che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale mi son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui abbiamo.

Quello, del resto, che succede sulla ter­ra noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove tu soggiorni.

Io stessa mi risvegliai improvvisamen­te dal buio, nell'istante del mio trapas­so. Mi vidi come inondata da una luce abbagliante.

Fu nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un tea­tro, quando nella sala d'un tratto si spen­gono le luci, il sipario si divide rumoro­samente e si apre una scena inaspettata, orribilmente illuminata. La scena della mia vita.

Come in uno specchio l'anima mia si mostrò a me stessa. Le grazie calpestate dalla giovinezza fino all'ultimo «no» di fronte a Dio.

Io mi sentii come un assassino, al qua­le, durante il processo giudiziario, vien portata dinanzi la sua vittima esanime. - Pentirmi? Mai! - Vergognarmi? Mai!

Però non potevo neppure resistere sot­to gli occhi di Dio, da me rigettato. Non

mi rimaneva che una cosa: la fuga. Come Caino fuggi dal cadavere di Abe­le, così l'anima mia fu spinta via da quel­la vista di orrore.

Questo fu il giudizio particolare: l'iri­visibile Giudice disse: « Via da me! ». Allora la mia anima, come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'e­terno tormento.

CONCLUDE CLARA

La mattina, al suono dell'Angelus, an­cora tutta tremante per la notte spaven­tosa, mi alzai e corsi per le scale nella cappella.

Il cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a rne, mi guardarono; ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù per le scale.

Una signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservata, mi disse dopo sorri­dendo:

- Signorina, il Signore vuole essere servito con calma, non di corsa!

Ma poi si accorse che qualcosa d'altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in agitazione. E mentre la signora mi rivol­geva altre buone parole, io pensavo: Dio solo mi basta!

Sì, egli solo mi deve bastare in questa e nell'altra vita. Voglio un giorno poter­lo godere in Paradiso, per quanti sacri­fici mi possa costare in terra. Non voglio andare all'inferno!

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