domenica 14 settembre 2008

Dagli scritti di Maria Valtorta


ecco un passo, in cui secondo l'autrice, Maria Valtorta, Gesù insegna a pregare :

"Sincerità, figli. Nella parola e nella preghiera. Non fate co­me gli ipocriti che quando pregano amano stare a pregare nelle sinagoghe o sugli angoli delle piazze per essere visti dagli uo­mini e lodati come uomini pii e giusti mentre poi, nell’interno delle famiglie, sono colpevoli verso Dio e verso il prossimo.

Non riflettete che questo è come uno spergiuro? Perché voi volete sostenere ciò che vero non è allo scopo di conquistarvi una sti­ma che non meritate? La orazione ipocrita ha lo scopo di dire: “In verità io sono un santo. Lo giuro agli occhi di chi mi vede e che non possono mentire di vedermi pregare”. Velo steso sulla malvagità esistente, la preghiera fatta con simili scopi diviene una bestemmia. Lasciate che Dio vi proclami santi, e fate che tutta la vo­stra vita gridi per voi: “Ecco un servo di Dio “Ma voi, ma voi, per carità di voi, tacete. Non fate della vostra lingua, mossa dalla vostra superbia, un oggetto di scandalo agli occhi degli angeli. Meglio sarebbe diveniste sull’istante muti se non ave­te la forza di comandare all’orgoglio e alla lingua, auto-procla­mandovi giusti e gradevoli a Dio.

Lasciate ai superbi e ai falsi questa povera gloria! Lasciate ai superbi e ai falsi questa effi­mera ricompensa. Povera ricompensa! Ma è quale la voglio­no, e non ne avranno altra perché più di una non se ne può avere. O quella vera, del Cielo, e che è eterna e giusta. O quella non vera, della terra, che dura quanto la vita dell’uomo e an­che meno e che poi, essendo ingiusta, è pagata, oltre la vita, con una ben mortificante punizione.

Udite come dovete pregare e col labbro e col lavoro e con tutto voi stessi, per impulso del cuore che ama, sì, Dio, e Pa­dre lo sente, ma che anche sempre ricorda chi è il Creatore e che è la creatura, e sta con amore riverenziale al cospetto di Dio, sempre, sia che òri o che traffichi, sia che cammini o che riposi, sia che guadagni o che benefichi.

Per impulso del cuore, ho detto. E’ la prima ed essenziale qualità. Perché tutto viene dal cuore, e come è il cuore tale è la mente, tale la parola, lo sguardo, l’azione.

L’uomo giusto dal suo cuore di giusto trae fuori il bene, e più ne trae più ne trova, perché il bene fatto procrea novello bene, così come il sangue che si rinnovella nel circolo delle vene e torna al cuo­re arricchito di sempre nuovi elementi, tratti dall’ossigeno che ha assorbito e dal succo dei cibi che ha assimilato. Mentre il perverso dal suo buio cuore pieno di frode e di veleni non può che trarre frode e veleno, che sempre più si accrescono, corro­borati come sono dalle colpe che si accumulano, come nel buo­no dalle benedizioni di Dio che si accumulano.

Credete pure che è l’esuberanza del cuore quella che trabocca dalle labbra e si rivela nelle azioni. Voi fatevi un cuore umile e puro, amoroso, fiducioso, since­ro; amate Dio col pudico amore che ha una vergine per lo spo­so. In verità vi dico che ogni anima è una vergine sposata al­l’eterno Amatore, a Dio Signor nostro; questa terra è il tempo del fidanzamento nel quale l’angelo dato a custode di ogni uo­mo è lo spirituale paraninfo, e tutte le ore della vita e le con­tingenze della vita altrettante ancelle che preparano il corredo nuziale.

L’ora della morte è l’ora delle nozze compiute e allora viene la conoscenza, l’abbraccio, la fusione, e con veste di sposa compiuta l’anima può alzare il suo velo e gettarsi nelle braccia del suo Dio senza che per amare così lo Sposo possa indurre altri allo scandalo.

Ma per ora, o anime ancora sacrificate nel laccio del fidan­zamento con Dio, quando volete parlare allo Sposo, mettetevi nella pace della vostra dimora, e soprattutto nella pace della vostra dimora interiore, e parlate, angelo di carne fiancheg­giato dall’angelo custode, al Re degli angeli. Parlate al Padre vostro nel segreto del vostro cuore e della vostra stanza inte­riore. Lasciate fuori tutto quanto è mondo: e la smania di es­sere notati e quella di edificare, e gli scrupoli delle lunghe pre­ghiere colme di parole, parole, parole e monotone, e tiepide e scialbe d’amore. Per carità!

Liberatevi dalle misure nel pregare. In verità vi sono alcuni che sprecano più e più ore in un monologo ripe­tuto con le labbra sole, e che è un vero soliloquio perché nep­pur l’angelo custode lo ascolta, tanto è rumore vano che egli cerca di rimediare sprofondandosi di suo in ardente orazione per il suo stolto custodito. In verità vi sono alcuni che non use­rebbero quelle ore diversamente neppure se Dio apparisse lo­ro dicendo: “La salute del mondo dipende dal tuo lasciare que­sta loquela senz’anima per andare, magari, semplicemente ad attingere dell’acqua ad un pozzo ed a spargere quell’acqua al suolo per amore di Me e dei tuoi simili”.

In verità vi sono al­cuni che credono più grande il loro monologo all’atto cortese di accogliere un visitatore o a quello caritativo di soccorrere un bisognoso. Sono animi caduti nell’idolatria della preghiera. La preghiera è azione d’amore.

E amare si può tanto oran­do che facendo il pane, tanto meditando che assistendo un in­fermo, tanto compiendo pellegrinaggio al Tempio che accuden­do alla famiglia, tanto sacrificando un agnello quanto sacrifi­cando i nostri anche giusti desideri di raccogliersi nel Signo­re.

Basta che uno intrida tutto se stesso e ogni sua azione nel­l’amore. Non abbiate paura! Il Padre vede. Il Padre compren­de. Il Padre ascolta. Il Padre concede. Quante grazie non sono date anche per un solo, vero, perfetto sospiro d’amore! Quan­ta abbondanza per un sacrificio intimo fatto con amore.

Non siate simili ai gentili. Dio non ha bisogno che gli diciate ciò che deve fare perché voi ne abbisognate. Ciò possono dirlo i pagani ai loro idoli che non possono intendere. Non voi a Dio, al vero, spirituale Iddio che non è solo Dio e Re, ma è Padre nostro e sa, prima ancora che voi glielo chiediate, di che avete bisogno. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e verrà aperto a chi picchia.

Quando un figlio vostro vi tende la manina dicendovi: “Padre, ho fame”, gli date forse un sas­so? Gli date un serpente se vi chiede un pesce? No, anzi che date pane e pesce, ma inoltre date carezza e benedizione, per­ché è dolce ad un padre nutrire la sua creatura e vederne il sorriso felice. Se dunque voi di imperfetto cuore sapete dare buoni doni ai vostri figli solo per l’amore naturale, comune an­che all’animale verso la prole, quanto più il Padre vostro che è nei Cieli concederà a coloro che gliele chiedono le cose buo­ne e necessarie al loro bene.

Non abbiate paura di chiedere e non abbiate paura di non ottenere! Però (ecco che Io vi metto in guardia contro un facile erro­re) però non fate come i deboli nella fede e nell’amore, i paga­ni della religione vera - perché anche fra i credenti vi sono pagani la cui povera religione è un groviglio di superstizioni e di fede, un manomesso edificio in cui si sono infiltrate erbe parassitarie d’ogni specie, al punto che esso si sgretola e cade in rovina - i quali, deboli e pagani, sentono morire la fede se non si vedono esauditi. Voi chiedete. E vi pare giusto di chiedere. Infatti per quel momento non sarebbe neanche ingiusta quella grazia. Ma la vita non termina in quel momento. E ciò che è bene oggi può essere non bene domani. Voi questo non lo sapete, perché voi sapete solo il presente, ed è una grazia di Dio anche questa. Ma Dio conosce anche il futuro. E molte volte per risparmiar­vi una pena maggiore vi lascia non esaudita una preghiera.

Nel mio anno di vita pubblica più di una volta ho sentito dei cuori gemere: “Quanto ho sofferto allora, quando Dio non mi ha ascoltato. Ma ora dico: ‘Fu bene così perché quella gra­zia mi avrebbe impedito di giungere a quest’ora di Dio’ “Al­tri ho sentito dire e dirmi: “Perché, Signore, non mi esaudi­sci? A tutti lo fai, e a me no?”. E pure, avendo dolore di veder soffrire, ho dovuto dire: “Non posso”, perché l’esaudirli avreb­be voluto dire mettere un intralcio al loro volo alla vita per­fetta. Anche il Padre delle volte dice: “Non posso”. Non per­ché non possa compiere l’atto immediato. Ma perché non lo vuole compiere per conoscenza delle conseguenze future.

Udite. Un bambino è malato alle viscere. La madre chia­ma il medico e il medico dice: “Per guarire occorre digiuno assoluto”. Il bambino piange, strilla, supplica, pare languire. La madre, pietosa sempre, unisce i suoi lamenti a quelli del figlio. Le pare durezza del medico quel divieto assoluto. Le pare che possa nuocere al figlio quel digiuno e quel pianto. Ma il medico resta inesorabile. Infine dice: ” Donna, io so, tu non sai. Vuoi perdere tuo figlio o vuoi che io te lo salvi? “La ma­dre urla: “Voglio che egli viva! “.”E allora ” dice il medico “io non posso concedere cibo. Sarebbe la morte “Anche il Pa­dre dice così, delle volte. Voi, madri pietose del vostro io, non lo volete sentire piangere per negata grazia. Ma Dio dice: “Non posso. Sarebbe il tuo male “Viene il giorno, o viene l’eterni­tà, in cui si giunge a dire: “Grazie, mio Dio, di non avere ascol­tato la mia stoltezza! “.

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