venerdì 14 novembre 2008

Se Gesù non torna sulla terra - La scienza delle cose ultime cose - Udienza Generale di Papa Benedetto XVI

dal sito chiesa Domestica

Benedetto XVI esce dal protocollo e parla, a braccio, della fine del mondo. Poi, improvviso e intenso, inizia una preghiera: “Torna, Signore Gesù!...”. Il Papa invoca il ritorno di Cristo sulla terra per restituire la potenza della luce all'uomo in lotta contro le tenebre del mondo e per rigenerare il creato sfigurato dall'abuso. Ecco la catechesi sulla resurrezione di Cristo e sull'avvento dell'anticristo, pronunciata a braccio da un Papa ispirato, davanti alle migliaia di persone in Piazza San Pietro per l'udienza generale – di Simonetta Castellano




E' messo subito in chiaro il punto di partenza, nel discorso di Benedetto XVI: il fatto che Cristo sia risorto dalla morte ha aperto il nostro cuore all'attesa del suo ritorno e all'attesa della rigenerazione in Lui della vita dell'intero universo. E quest'attesa fissa la nostra attenzione sul cammino, che ci attende per poter partecipare a quel momento: “Cari fratelli e sorelle, il tema della risurrezione, sul quale ci siamo soffermati la scorsa settimana, apre una nuova prospettiva, quella dell'attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente e il futuro (éschaton) che ci attende”.


Infatti, nel momento dell'avvenimento della resurrezione le cose ultime, cioè il cammino finale della storia e l'approdo della nostra esistenza, sono già iniziate: “in questo avvenimento - dice il Papa - le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti”.

E ci fa ripensare, che la dottrina della chiesa insegna, infatti, che gli 'ultimi tempi' della storia del mondo sono iniziati con la nascita del Messia a Nazareth e con la sua morte e resurrezione. E' utile, allora, riprendere quanto dice il testo del catechismo della Chiesa in merito: "Dopo l'ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell'«ultima ora » (1 Gv 2,18). « Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo. Il regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi, che ne accompagnano l'annunzio da parte della Chiesa. (n.670, Catechismo della Chiesa cattolica)


La venuta finale di Cristo per instaurare un mondo di pace e fare giustizia dei prevaricatori può compiersi in qualunque momento: “Dopo l'ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, anche se non spetta a noi «conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta ». Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento." (n.673, Catechismo della Chiesa cattolica)

“Già presente nella sua Chiesa, il regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto «con potenza e gloria grande» mediante la venuta del Re sulla terra. Questo regno è ancora insidiato dalle potenze inique, anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla pasqua di Cristo. Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell'Eucaristia, per affrettare il ritorno di Cristo dicendogli: « Vieni, Signore ». (n.671, Catechismo della Chiesa cattolica)

“Prima dell'ascensione Cristo ha affermato che non era ancora giunto il momento del costituirsi glorioso del regno messianico atteso da Israele, regno che doveva portare a tutti gli uomini, secondo i profeti, l'ordine definitivo della giustizia, dell'amore e della pace. Il tempo presente è, secondo il Signore, il tempo dello Spirito e della testimonianza, ma anche un tempo ancora segnato dalla necessità e dalla prova del male, che non risparmia la Chiesa e inaugura i combattimenti degli ultimi tempi. È un tempo di attesa e di vigilanza.” (n.672, Catechismo della Chiesa cattolica)

Il Papa, dunque, avvia il suo discorso ricordando che "San Paolo ha scritto la prima delle sue lettere", che è "la prima Lettera ai Tessalonicesi", proprio parlando "di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza" (cfr 4,13-18). "Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i loro problemi, l'Apostolo scrive così: “Se infatti crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti” (4,14).

Verremo rapiti nelle nubi, per andare incontro al Signore. San Paolo – precisa il Papa - continua addirittura descrivendo il modo in cui si verificherà questo momento finale della storia umana e come avverrà che saremo riuniti a Lui, nel momento del suo ritorno sulla terra: "Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con il Signore” (4,16-17). "Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi", che trasmettono un messaggio semplice e profondo: "alla fine saremo sempre con il Signore". Ma noi già oggi, uniti al Signore per mezzo della discesa dello Spirito nei sacramenti, abbiamo la certezza della nostra partecipazione finale alla vita eternamente felice: "in quanto credenti, nella nostra vita siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vità eterna, è già cominciata".


E nell'attesa lavoriamo con responsabilità in questo mondo. "L’intenzione di questa Lettera di san Paolo è innanzitutto pratica", ossia - spiega il Papa - san Paolo vuole chiarire come comportarsi di fronte alla consapevolezza della fine delle cose di questo mondo. "Egli scrive: Sentiamo infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione", ed insegna che "l’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo. Vedremo la stessa cosa domenica prossima nel Vangelo dei talenti, dove il Signore ci dice che ha affidato talenti a tutti e il Giudice chiederà conto di essi dicendo: Avete portato frutto? Quindi l’attesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo”.


“Nella Lettera ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo, e scrive: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede” (1, 21-26).


Chi si sente legato alla vita divina non ha paura della morte. “Paolo non ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della sua vita e perciò dimostra la sua perfetta disponibilità alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà.”


“È disponibile soprattutto, anche in futuro, a vivere su questa terra per gli altri, a vivere per Cristo, a vivere per la sua viva presenza e così per il rinnovamento del mondo. Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile per Dio e realmente libero.”


La responsabilità di agire in un futuro attraversato dal manifestarsi del mistero d'iniquità. E' in questa condizione interiore di lucidità rispetto al futuro e di libertà rispetto al presente, che il cattolico, illuminato dalla Sacra Scrittura e fortificato dai sacramenti dello Spirito, può come san Paolo – dice il Papa – affrontare la propria responsabilità di vedere, comprendere ed agire per la verità e per un bene superiore ed eterno, in solidarietà con il mondo.


Perchè ciò che i credenti vedono, nelle profezie di san Paolo e della Bibbia e nella percezione interiore vivificata dallo Spirito di Cristo, è che il futuro non verrà come un'ascesa trionfale verso la pace e la prosperità. I credenti sanno che - come profeticamente ricapitolato nella vita di Cristo - prima della resurrezione con Lui dell'intero creato, dovrà manifestarsi fino in fondo sulla terra il mistero d'iniquità, che ha ferito la vita umana e il disegno di Dio su di essa.


Gli eventi negativi, che precederanno la rigenerazione della nostra vita nel ritorno di Cristo. Dice il Papa: “Nella seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la prospettiva; parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo.”


“Non bisogna lasciarsi ingannare – dice – come se il giorno del Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo cronologico: “Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo!” (2,1-3).


E, subito dopo avere così messo in guardia contro le falsificazioni del ritorno di Dio sulla terra, san Paolo “annuncia che prima dell’arrivo del Signore vi sarà l'apostasia, la presenza di un 'uomo maligno'. Dovrà essere rivelato un non meglio identificato ‘uomo iniquo’, il ‘figlio della perdizione’ (2,3), che la tradizione chiamerà poi l’Anticristo.”


Anche Gesù aveva avvertito i suoi dicendo: quando vi diranno che il Figlio dell'Uomo è tornato e lo potete incontrare qui o là, non credeteci. Il ritorno di Dio sulla terra sarà evidente per tutti, non avrà bisogno di presentazioni, né di interpreti. Ma, prima di quel ritorno, una grande menzogna avvolgerà il mondo, una 'potenza d'inganno', dicono le Scritture.


E la dottrina della Chiesa insegna, che prima della rigenerazione della vita universale e dell'instaurazione della pace, il mondo e la chiesa passeranno attraverso una prova finale. Dice il testo del Catechismo: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti”, si svelerà il « mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa anti-cristica e politico-messianica, che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi in una forma intrinsecamente perversa e al prezzo dell'apostasia dalla verità.” (Cfr. nn.675-676, Catechismo della Chiesa cattolica)

“Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male, dopo l'ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa." (n.677, Catechismo della Chiesa cattolica)

E, allora, si chiede il Papa: “quali sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alla cose ultime: la morte, la fine del mondo?”


In primo luogo, Cristo è vivo e vince per noi la morte. “Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura. Questo era un effetto essenziale della predicazione cristiana. La paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano. Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro vivere riguardo al futuro.”


In secondo luogo, Cristo governa la vita e illumina il nostro futuro. “In secondo luogo, la certezza che Cristo è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c'è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro.”


In terzo luogo, i credenti vivono, agiscono e vincono in Lui, responsabili delle sorti del mondo. “Infine, il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna — è giudice e salvatore insieme — ci ha lasciato l’impegno di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere. Ci ha consegnato i suoi talenti. Perciò il nostro terzo atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti.”


Non viviamo come se il bene e il male fossero uguali, ammonisce il Pontefice, nella vana illusione che Dio sia solo misericordioso: “Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato.”


Ma viviamo nel coraggio, perché “pur lavorando e sapendo nella nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo crocifisso per noi. Perciò possiamo essere sicuri della sua bontà e andare avanti con grande coraggio”.


L’universalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, ossai credenti e pagani. “Un ulteriore dato dell’insegnamento paolino riguardo all'escatologia è quello dell’universalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè i pagani, come segno e anticipazione della realtà futura, per cui possiamo dire che noi sediamo già nei cieli con Gesù Cristo, ma per mostrare nei secoli futuri la ricchezza della grazia (cfr Ef 2,6s): il dopo diventa un prima per rendere evidente lo stato di incipiente realizzazione in cui viviamo. Ciò rende tollerabili le sofferenze del momento presente, che non sono comunque paragonabili alla gloria futura (cfr Rm 8,18). Si cammina nella fede e non in visione, e se anche sarebbe preferibile andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore, quel che conta in definitiva, dimorando nel corpo o esulando da esso, è che si sia graditi a Lui (cfr 2 Cor 5,7-9).


“Infine, un ultimo punto che forse appare un po' difficile per noi”. “San Paolo alla conclusione della sua prima Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell'area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa 'Signore nostro, vieni!' (16,22).”


“Era la preghiera della prima cristianità, e anche l'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse, si chiude con questa preghiera: 'Signore, vieni!'. Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto e corretto anche noi possiamo dire, con la prima cristianità: 'Vieni, Signore Gesù!'.”


Vogliamo un mondo di giustizia e di pace. Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato. “Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma, d'altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell'amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato.”


E, infine, l'invocazione del Pontefice, “Possiamo e dobbiamo dire anche noi, totalmente e in profondità, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c'è ingiustizia e violenza. Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua.”

“In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! 'Vieni, Signore Gesù!', e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.” (BXVI, Catechesi del Mercoledì, 12.11.2008)

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