giovedì 9 luglio 2009

Lettera ai cercatori d'infinito










5. LA SFIDA DI DIO

La nostra esistenza è attraversata da domande inquietanti, personali e collettive. Ci siamo soffermati su alcune di esse: alla radice di questi interrogativi, quelli che aprono verso la luce e quelli che ci lasciano al buio, possiamo immaginare la presenza di un punto unificante, una specie di orizzonte, capace di fare unità nel groviglio di ogni avventura umana?

Ci sembra che alla radice di ogni esistenza ci sia una domanda di senso e di speranza, particolarmente drammatica oggi, perché si sono infranti quei processi attraverso cui il contesto culturale e sociale suggeriva piuttosto facilmente il significato dell’esistenza. Siamo diventati più maturi e insieme più soli. Resta il bisogno di organizzare i frammenti, come le tessere di un mosaico.

Molti sembrano rassegnati e vivono alla giornata come se la questione del senso della vita e di un orizzonte unificante fosse ormai irrilevante. Altri riscoprono la domanda in situazioni estreme e poi la lasciano cadere senza troppe preoccupazioni. I discepoli di Gesù, che credono alla vita e la amano, si sentono interpellati a questo livello proprio sulla loro identità. Evadere la ricerca di senso o rassegnarsi a una mancanza di speranza vuol dire impoverire la qualità della vita per sé e per gli altri.


Oltre la domanda di senso e di speranza

Nel profondo della domanda di senso e di speranza, qualcosa ci orienta verso il mistero: Dio, chi sei? Dove sei? Come possiamo vedere il tuo volto? Il problema non è se Dio esista o non esista. Non ci serve constatare la presenza o l’assenza di qualcuno che sta lontano, a contemplare le cose fuori dalla mischia, impassibile.

Ci chiediamo chi è Dio quando veniamo a sapere di eventi terribili, che non dipendono da una cattiva volontà. Ci diciamo allora: chi sei? Dov’è finito il tuo amore, se tanti innocenti piangono e non sanno nemmeno contro chi imprecare? Ce lo chiediamo quando decidiamo di prendere tra le mani la nostra esistenza, trascinati come siamo tra sogno e realtà. Chi sono io, che mi scopro sempre più indecifrabile? C’è un nesso tra l’uomo che sono e Dio?

La domanda risuona inquietante quando ci interroghiamo sul futuro della nostra vita e della nostra storia, quando guardiamo sgomenti gli uomini spariti nel nulla, sotto il piede ingiusto di altri uomini. Abbiamo scoperto quanto la domanda su Dio abbia il sapore dell’attesa. Ci interroghiamo sul mistero ultimo, perché ci sembra onestamente di non poter bastare a noi stessi e guardiamo al futuro con trepidazione.

Una constatazione però è consolante e va evidenziata a sostegno della speranza: anche moltissimi di coloro che non sono ancora riusciti a maturare una risposta alla domanda sul senso della vita accolgono la propria vita e la amano. Hanno fiducia nella vita e si affidano alle sue trame misteriose, perché ritengono che la vita sia bella. In realtà, quelli che si rassegnano al dubbio o alla rinuncia totale sono forse meno di quanto si possa pensare. Per lo più continuiamo a cercare sapendo, magari inconsapevolmente, di essere già afferrati: la risposta che cerchiamo è nella vita che viviamo. Vivere con consapevolezza e responsabilità richiede già un grande atto di fede. Aumentare questa fede, spingerla oltre se stessa vuol dire aprirsi a Colui che ci chiama dal profondo di ciò che siamo e che ha fatto risuonare la sua voce nel tempo per ognuno di noi.


La possibilità della fede

“Aumenta la nostra fede!” A questa richiesta degli Apostoli - voce di tutti coloro che sono alla ricerca di Dio con umiltà e desiderio - Gesù risponde così: “Se avrete fede pari a un granellino di senapa, direte a questo monte: ‘spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17,20). Credere non è anzitutto assentire a una dimostrazione chiara o a un progetto privo di incognite: non si crede a qualcosa che si possa possedere e gestire a propria sicurezza e piacimento. Credere è fidarsi di qualcuno, assentire alla chiamata dello straniero che invita, rimettere la propria vita nelle mani di un altro, perché sia lui a esserne l’unico, vero Signore.

Crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da lui nell’ascolto obbediente e nella docilità del più profondo di sé. Fede è resa, consegna, abbandono, accoglienza di Dio, che per primo ci cerca e si dona; non possesso, garanzia o sicurezza umane. Credere, allora, non è evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del giorno: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi e in essi. “Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e udire una voce che grida: gèttati, ti prenderò fra le mie braccia!” (Søren Kierkegaard).

Eppure, credere non è un atto irragionevole. È anzi proprio sull’orlo di quell’abisso che le domande inquietanti impegnano il ragionamento: se invece di braccia accoglienti ci fossero soltanto rocce laceranti? E se oltre il buio ci fosse ancora nient’altro che il buio? Credere è sopportare il peso di queste domande: non pretendere segni, ma offrire segni d’amore all’invisibile amante che chiama.


Lottare con Dio

In questa lotta con l’invisibile il credente vive la sua più alta prossimità all’inquieto cercatore di Dio: si potrebbe perfino dire che il credente è un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. In realtà, chi crede ha bisogno di rinnovare ogni giorno il suo incontro con Dio, nutrendosi alle sorgenti della preghiera, nell’ascolto della Parola rivelata. Analogamente, si può pensare che il non credente pensoso nient’altro sia che un credente che ogni giorno vive la lotta inversa, la lotta di cominciare a non credere: non l’ateo superficiale, ma chi, avendo cercato e non avendo trovato, patisce il dolore dell’assenza di Dio, e si pone come l’altra parte del cuore di chi crede.

Da queste considerazioni nasce il no alla negligenza della fede, il no a una fede indolente, statica e abitudinaria, come il no a ogni rifiuto ideologico di Dio, a ogni intolleranza comoda, che si difende evadendo le domande più vere, perché non sa vivere la sofferenza dell’amore. E nasce parimenti il sì a una fede interrogante, a una ricerca onesta, capace di rischiare e di consegnarsi all’altro, quando ci si senta pronti a vivere l’esodo senza ritorno verso l’abisso del mistero di Dio, su cui la sua Parola è porta.

Se c’è una differenza da marcare, allora, non sarà forse tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di cercare incessantemente Dio e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio al pensiero dell’ultima patria. Qualunque atto, anche il più costoso, sarebbe degno di essere vissuto per riaccendere in noi il desiderio della patria vera e il coraggio di tendere a essa, sino alla fine, oltre la fine, sulle vie del Dio vivo.

Credere sarà allora abbracciare la Croce della sequela, non quella comoda e gratificante che avremmo voluto, ma quella umile e oscura che ci viene donata, per dare compimento “a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). Crede chi confessa l’amore di Dio nonostante l’inevidenza dell’amore, chi spera contro ogni speranza, chi accetta di crocefiggere le proprie attese sulla croce di Cristo, e non Cristo sulla croce delle proprie attese. Crede chi è stato già raggiunto dal tocco di Dio e si è aperto alla sua offerta d’amore, anche se non ha ancora la luce piena su tutto.


La fede come ricerca e come pace

Alla fede ci si avvicina con timore e tremore, togliendosi i calzari, disposti a riconoscere un Dio che non parla nel vento, nel fuoco o nel terremoto, ma nell’umile voce di silenzio, come fu per Elia sulla santa montagna (cf. 1 Re 19) ed è stato, è e sarà per tutti i santi e i profeti. Credere, allora, vuol dire perdere tutto? Non avere più sicurezza, né discendenza, né patria? Rinunciare a ogni segno e ad ogni sogno di miracolo? A tal punto è geloso il Dio dei credenti? Così divorante è il suo fuoco? Così buia la sua notte? Così assoluto il suo silenzio?

Rispondere di sì a queste domande sarebbe cadere nella seduzione opposta a quella di chi cerca segni a ogni costo; sarebbe un dimenticare la tenerezza e la misericordia di Dio. C’è sempre una luce per rischiarare il cammino: un grande segno ci è stato dato, il Cristo, che vive nei mezzi della grazia e dell’amore confidati alla famiglia dei suoi discepoli, la Chiesa. In essa è offerto un cibo ai pellegrini, un conforto agli incerti, una strada agli smarriti. Se questi doni non vanno mai confusi con possessi gelosi, è pur vero che essi sono là per nutrirci; non per esimerci dalla lotta, ma per darci forza; non per addormentare le coscienze, ma per svegliarle e stimolarle a opere e giorni d’amore, in cui l’amore invisibile si faccia presente.

Testimoniare la fede non sarà, allora, dare risposte già pronte, ma contagiare l’inquietudine della ricerca e la pace dell’incontro: “Ci hai fatto per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, 1,1). Accettare l’invito non è risolvere tutte le oscure domande, ma portarle a un Altro e insieme con lui. A lui è possibile rivolgere con fiducia le parole della bellissima invocazione di sant’Agostino:

Signore mio Dio, unica mia speranza,
fa’ che stanco non smetta di cercarTi,
ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore.
Dammi la forza di cercare,
Tu che ti sei fatto incontrare,
e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi.
Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:
conserva quella, guarisci questa.
Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza;
dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare;
dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.
Fa’ che mi ricordi di Te,
che intenda Te, che ami Te. Amen!
(De Trinitate, 15, 28, 51).

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