martedì 24 novembre 2009

il racconto di Nicodemo


NICODEMO
di Elide Ceragioli





All’interno della stupenda cattedrale di Lucca è conservata una statua lignea che la leggenda, riprodotta anche in affreschi nella chiesa di San Frediano e nella Cappella di Villa Buonvisi a Monte S.Quirico, attribuisce a Nicodemo, membro del Sinedrio di Gerusalemme.
Si racconta che, giunto a scolpire il capo, interruppe il lavoro, temendo di non riuscire a riprodurre fedelmente il volto del Signore e si addormentò. Sognò che gli angeli terminavano la sacra immagine e al suo risveglio trovò che l’opera era finita.
Molti secoli dopo la statua, che era stata nascosta in una grotta, fu ritrovata dal Vescovo Gualfredo, pellegrino in Gerusalemme. Messa sopra una nave senza nocchiere, giunse miracolosamente a Luni e da lì fu portata a Lucca, dove viene venerata col titolo di “Volto Santo”.
Il simulacro, coi suoi due metri e mezzo d’altezza appare imponente. Il Cristo ha la pelle scura e il Volto non è coronato di spine, ma sereno, e le braccia, pur inchiodate alla croce, sono distese, come per una paterna benedizione.


Il tempo era stato clemente con lui, gli anni avevano incanutito la folta barba e reso magro e affilato il bel viso, ma non gli avevano tolto l’agilità né l’acutezza dello sguardo.
Camminava con il passo lento di chi è immerso in profondi pensieri.
Aveva presieduto alla cerimonia, suggestiva come sempre, di Bar-Mitzwàh di un suo nipote. A lui era toccato porgli sul capo i rotoli della Legge, che ora il ragazzo, diventato uomo, avrebbe potuto proclamare nella sinagoga nel giorno di sabato, davanti alla sua comunità. Era stata l’occasione per tutta la famiglia per rinsaldare i legami, fare affari, decidere contratti di nozze o semplicemente rivedersi.
Le donne avevano preparato il banchetto rituale e poi si erano ritirate lasciando gli uomini alle loro questioni. L’argomento principale, era ovvio, era stato il nuovo Rabbi, e la discussione si era fatta presto molto accesa.
La cerimonia era stata perfetta. Mentre scioglieva i filatteri, dopo la preghiera, aveva incrociato lo sguardo compiaciuto del padre del ragazzo. Avrebbe dovuto esserne orgoglioso, ma negli ultimi tempi si sentiva piuttosto estraneo a tutto quello che lo circondava. Come se quel mondo nel quale viveva, non fosse più suo, non gli appartenesse più.
Aveva il cuore greve di tristezza, la sorda inquietudine del dubbio, come il piccolo tarlo che rosicchia dall’interno, non gli dava pace.
Pace. Anelito del cuore e della mente.
Rallentò il passo sommerso da una sensazione di dolcezza mista a nostalgia. Gli avvenimenti degli ultimi giorni, le parole che aveva sentito gli avevano tolto ogni certezza, ma, non sapeva come, gli avevano provocato una gioia indicibile.
Riprese a camminare con più lena, il sole declinava e voleva raggiungere la casa e fare le abluzioni rituali prima che scendesse la sera e iniziasse il sabato.
Il servo aveva preparato la brocca e il catino, l’acqua avrebbe purificato il suo corpo, ma sarebbe riuscita ad arrivare al suo spirito?.
Varcò la soglia mentre il sole tramontava oltre il boschetto di sicomori. Iniziava il giorno memoriale del riposo di Dio dopo la creazione. Si asciugò le mani ripetendo le formule rituali. L’Altissimo, padrone del tempo, pesava ogni azione, conosceva ogni pensiero ed esigeva la rigidissima obbedienza ai suoi precetti.
L’aveva imparato fin da fanciullo. Era un perushim , un fariseo, ed era stato educato a custodire la Legge ed a guidarne l’applicazione, era stato chiamato Nicodemo (primo fra il popolo) per questo e lo aveva fatto, ne era sicuro.

Mentre le prime ombre mettevano a tacere le strade, spostò la tenda ed entrò nella stanza di suo padre.
La malattia gli aveva consumato il corpo e sotto lo strato di pelle segaligna spuntavano le ossa bozzolute.
Nicodemo si avvicinò al letto con la riverenza di sempre e, ad un suo cenno, il servo che accudiva il vecchio si allontanò silenziosamente. Due anni prima la paralisi aveva bloccato le sue gambe e gli aveva tolto l’uso della parola, ma il patriarca non si decideva a raggiungere i suoi antenati, la sua anima era così strettamente legata al corpo che non riusciva a staccarsene.
Si sedette nel basso sgabello ed iniziò a parlare.
Quella visita serale era diventata un rito, inizialmente penoso, dettato dal rispetto e dal dovere filiale, poi, pian piano si era trasformata in necessità e l’incalzare degli avvenimenti gliel’avevano resa quasi indispensabile.
Parlava a bassa voce, scandendo bene le parole ed evitando di guardare il volto scarno. Fissava gli occhi scuri e profondi nei quali aveva l’impressione che brillasse una luce particolare. Aspettavano qualcosa. No, non la morte liberatrice. L’ansia che li animava era un’altra.
Il respiro rallentava o accelerava, egli lo ascoltava e a suo modo gli rispondeva.
Dalla finestra aperta vedeva la luce delle fiaccole che illuminavano il cortile della guarnigione romana. Poteva indovinare le grida rissose dei soldati a quest’ora quasi certamente ubriachi, ma la distanza e le spesse mura lo proteggevano dal rumore.
Tornò a fissare suo padre. La barba candida era solo un poco più rada della sua ed incorniciava la mascella un tempo imperiosa.
“Padre, il Rabbi che viene da Nazareth ha compiuto un altro miracolo. Il suo potere è da Dio, non lo dubito. Caccia i demoni, ridona la vista ai ciechi, ma non incita alla ribellione contro i romani. Non è il Messia che aspettavamo. Padre io non capisco…”
C’era nella sua voce molto più di una domanda. Tutto quello in cui credeva e sul quale aveva costruito la sua vita stava pericolosamente vacillando. Chiedeva aiuto, ma gli rispose solo il respiro rumoroso del vecchio che, a bocca semiaperta si era addormentato.

Non molto dopo era successo un episodio che lo aveva ancor più disorientato.
Come ogni giorno il vasaio aveva messo le crete ad asciugare sul tetto e i venditori di spezie e di semi offrivano la loro merce invitante e profumata.
Era l’ora terza e una piccola carovana, tre uomini e due donne, percorreva la strada verso il Tempio. Erano partiti all’alba per far ritorno prima di notte. Viaggiavano senza bagagli, avrebbero acquistato gli animali per il sacrificio nel cortile stesso, cercando di contrattare il prezzo che i mercanti tenevano sempre alto. Anche le bestie andavano controllate, c’era il rischio di comprare agnelli malati o con difetti e di fare un’offerta sgradita.
Tutto questo non riguardava una delle donne che aveva portato con sé una mistura di oli profumati.
Era una meretrice, ma nascondeva la sua bellezza sotto il velo di bisso prezioso.
Abituata a soddisfare le voglie degli uomini, provava pena e disprezzo per la maggior parte di loro, ma un giovane mercante l’aveva ammaliata e aveva deciso di cambiare la propria vita.
Oltre la porta il frastuono era frenesia caotica e, per qualche istante, i rumori ed i colori li abbagliarono.
Per quante volte fossero stati nel Tempio l’emozione di avvicinarsi alla Presenza dell’Innominabile era sempre fortissima.
Eppure sarebbero stati molto lontani dal “Luogo Santo”, avrebbero consegnato al sacerdote il capro e ripreso la via del ritorno.
Il volo delle colombe li colse di sorpresa, erano fuggite dalle piccole gabbie di vimini che qualcuno aveva rovesciato e salutavano il cielo tubando per la libertà insperata.
Un uomo, un Rabbi, uno dei tanti stava cacciando i mercanti urlando che quella era la Betel, la casa di Dio… Rovesciava i banchi dei cambiavalute che, diceva, la profanavano.
Si erano fermati incerti sul da farsi, incuriositi e un po’ seccati per l’imprevisto.
Alla giovane il velo era scivolato rivelando la bellezza delicata del volto. Un ragazzo dallo sguardo furbo le si avvicinò per offrirle i suoi servigi e rassicurarla: “Non preoccuparti, è solo un rabbi. Gente strana, anche se questo sembra ancor più strano. Tra poco tutto tornerà come prima.”
Ma il ragazzo sbagliava perché Gesù, il Maestro, le passò accanto e la guardò e niente fu più come prima. Ella comprese.
Ci mise un po’ a decidersi, capire invece era stato subitaneo.
I cambiavalute rialzarono i banchi e altre colombe furono poste nelle gabbie fra gli improperi dei venditori. Dopo una lunga contrattazione i due uomini acquistarono l’agnello per l’offerta e lo presentarono al sacerdote. La donna non li seguì sulla via del ritorno. Per una moneta il ragazzo fu felice di accompagnarla alla casa dove era ospite il Maestro. Coraggiosamente, con la forza che le dava l’amore, asperse sui suoi piedi i preziosi aromi e pianse lacrime di pentimento. A Dio, che riconosceva in Lui più che nell’altare del Tempio, chiese perdono.
Molti si erano stupiti, qualcuno aveva gridato perfino allo scandalo.
Ne avevano discusso a lungo, andavano a chiedergli spiegazioni, ma Nicodemo era confuso. Uno stato inusuale per lui che sapeva sempre, esattamente, la prescrizione della Torah in ogni occasione.
Per questo si decise. Voleva, doveva sapere.
Le ombre amiche avrebbero protetto quella visita così compromettente per la sua posizione.
Gesù lo aspettava. Nicodemo si era preparato ad essere “convinto”. Che poteva fare un Rabbi se non cercare discepoli e guadagnarsi proseliti, soprattutto fra i potenti?!
Ma nelle parole di Gesù non c’era l’ombra di seduzione. Un invito, questo si a Rinascere!?…
Molto più tardi, quando già le stelle lasciavano il posto al primo chiarore dell’alba, Nicodemo ripeteva a suo padre e a se stesso il lungo colloquio che aveva compreso solo in parte .
Il vecchio sembrava ascoltarlo con attenzione, il respiro era calmo, lento. Ogni tanto socchiudeva gli occhi come a cercare tra ricordi lontani.
Stettero a lungo in silenzio. Fra loro, sospesa, una domanda: E’ il Messia?
Fariseo e capo dei Giudei, Nicodemo avrebbe potuto teorizzare complesse argomentazioni e nei giorni precedenti aveva iniziato a pesare i pro e i contro, ma sentiva che era sbagliato.
Quando il vecchio si mosse fu come se il grosso sicomoro avesse sradicato le radici nodose.
A fatica sollevò la destra e puntò l’indice dritto al cuore del figlio. Più volte, imperiosamente, con le labbra tirate nello sforzo di trasformare quel semplice gesto in un ordine: segui il cuore!
Vennero i giorni del dolore. Il vecchio morì e fu come se si aprisse un bozzolo e l’anima, bianca farfalla, volasse finalmente libera.
Avrebbe aspettato la resurrezione nella pace del mondo ombroso dei morti.

Si avvicinava la Pasqua e Gerusalemme era in fermento. Arrivavano continuamente pellegrini e i sacerdoti stavano preparando i complessi riti per la celebrazione.
Gesù fu arrestato anche se Nicodemo aveva preso le sue difese nel sinedrio . Niente di personale, applicava la Legge, faceva il suo mestiere. Voleva garantirgli un giudizio onesto.
La condanna terribile e inesorabile giunse inevitabilmente. Lo misero sulla croce. Nicodemo aveva seguito il manipolo dei soldati che accompagnavano i condannati, doveva controllare, era un membro del sinedrio, che la sentenza fosse eseguita e la bestemmia orribile (aveva detto “sono il figlio di Dio!”) fosse punita.
Vedendolo appeso al legno si ricordò di Mosè nel deserto, quando aveva innalzato il serpente di rame. Adesso, come allora, pensò che forse occorreva guardare alla croce per essere salvati. Erano squarci di Luce.
Oltre le mura di Gerusalemme, la città santa, la vita continuava, ma qui tutto si era fermato.
La Legge antica aveva vinto, il buio aveva sopraffatto la Luce.
I discepoli non avevano avuto il coraggio di farsi avanti. Pusillanimi col cuore stretto nella morsa dell’angoscia erano rimasti in disparte. Solo uno di loro e la Madre erano ai piedi della croce.
Ora che tutto sembrava concluso; guardava l’immoto profilo del Rabbi disteso sul lenzuolo e sentiva il tormento del dubbio. “Rinascere... Abbà....Eli, Eli lamà sabactani.”
Aveva comprato la mistura di aloe e mirra e sorvegliava con occhio attento che ne cospargessero il corpo prima di deporlo nel sepolcro . Era un uomo giusto, tributava a Gesù l’omaggio che pensava gli fosse dovuto. “Tu sei da Dio”, gli aveva detto e lo credeva.
I romani non avevano avuto pietà, non era loro costume, e il corpo era martoriato, quasi completamente coperto di sangue. Il soldato aveva chiuso gli occhi con due monete, deprecabile usanza, ma le avrebbero tolte le donne, quando, consumata la Pasqua, avrebbero compiuto i riti di sepoltura.
Nella notte, nel silenzio della sua camera, aveva lasciato che il dubbio guidasse i suoi pensieri. Il velo del Tempio si era squarciato e la terra aveva tremato. Le parole che aveva udito si mescolavano a brani di salmi: “che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché tu ne abbia cura? Rinascere dall’alto... Lo Spirito soffia dove vuole... Abbà...
Non si coricò, al mattino l’aria era tiepida, dalla terrazza si vedevano i tetti della città ancora assopita. Fra le verdi foglie del rampicante, il bocciolo di rosa offriva ai primi raggi del sole la corolla che, piano piano, vinta dalla dolcezza di quel calore, si dischiuse.
Nicodemo guardava il piccolo fiore e finalmente comprese, lasciò ogni ragionamento e aprì il suo cuore alla luce.

Erano passate più di sei settimane dall’offerta dell’Omer e si preparava la Shavuoth . Gesù detto il Cristo, crocefisso e morto era risorto, era apparso più volte ai suoi discepoli e alle donne.
La discussione fra i membri del sinedrio era stata violenta, per quanto potesse esserlo fra i dottori della Legge, fatta a colpi di citazioni e di brani della Torah.
Le argomentazioni di Giuseppe d’Arimatea, che aveva esaminato dottamente le profezie erano state accolte da un prolungato silenzio, poi molti si erano alzati protestando.
La condanna e la morte in croce di Gesù, era la prova più che tangibile che non era il Messia atteso. Inutilmente, con parole dettate dal buon senso, Nicodemo aveva tentato di rappacificare gli animi. Ormai era chiaro a tutti da che parte stava e aveva incrociato più di uno sguardo malevolo. Eppure non era stato il timore del dissenso dei suoi amici a spingerlo lontano da Gerusalemme, fino in quel paese desolato. Povere casupole il cui biancore rifletteva il sole estivo abbacinando un poco.
Aveva affrontato quel lunghissimo viaggio per vedere dove aveva vissuto Gesù il nazareno. La stanza era piccola e vi si respirava il profumo resinoso del legno di cedro. Passando le dita sugli strumenti da lavoro, pensava a cosa doveva fare. In certi momenti il dolore era acuto, insopportabile. Diventava come onde che battevano e ribattevano contro la dura pietra della Legge e, colpo dopo colpo, la sgretolavano.
Nei tempi antichi Dio si era scelto un popolo fra tutti e lo aveva guidato attraverso il deserto fino alla terra promessa. Popolo di dura cervice, pronto a prostituirsi ad altri dei od a trasgredire ai comandamenti, ma Dio, lento all’ira e grande nell’amore, aveva mandato Suo Figlio, e il Verbo si fece carne, a portare la Nuova Legge.
Avevano celebrato la festa di Shavuoth, cinquanta giorni dopo la Pasqua, e Nicodemo, dopo il riposo prescritto, aveva ripreso con lena il lavoro nella bottega del falegname. Nel legno si riconoscevano già i piedi e la croce. Da qualche giorno i bambini entravano e si mettevano a giocare coi trucioli in silenzio, timidamente. Osservavano incuriositi, come tutti nel villaggio, lo scriba forestiero che piallava e scolpiva. Finalmente uno di loro trovò il coraggio per avvicinarsi e chiedere: “Cosa fai?” Nicodemo provò una forte emozione, sommerso dai ricordi: “Scolpisco Gesù di Nazareth che è morto crocifisso per noi.”
A quella piccola folla di bambini attenti, seduto sulla soglia della bottega, il dottore della legge, raccontò la storia della morte e resurrezione del Figlio di Dio e quando uno dei più vivaci chiese: “Come si chiama Dio?” sorridendo rispose: “Abbà! Papà.”

Translate

Vi presento Agata

Consiglialo agli amici