giovedì 2 giugno 2011

Vivere con le persone cattive (saggio dello psicanalista cattolico Valerio Albisetti)


I Cattivi

* Gli altri non sono innocenti

Dio si fa conoscere in modo ravvicinato anche e soprattutto nell’altro, in chi ci sta vicino, in chi incontriamo.

Ma questi altri, in genere, non sono puliti.

Non sono angeli.

Non sono innocenti.

Non sono buoni.

Ma uomini e donne, in carne ed ossa.

Con tutta la loro nevrosi, con tutta la loro negatività.

Per questo mi viene da provare paura degli altri.

Forse anche perché, come psicoanalista, so bene quanto potere distruttivo, mortale, esista nella personalità umana.

L’istinto di morte.

Un istinto che odia tutto ciò che vuole crescere, che trasforma le persone in cose, che desidera solo possedere, controllare, annientare, uccidere.

Un istinto che ha paura della vita.

Perché essa è complessa, imprevedibile, creativa,indefinibile, misteriosa.

L’istinto di morte aspira all’ordine e alla giustizia.

Ma il suo ordine, la sua giustizia.

Solo così non perde contatto con la realtà.

La sua realtà.

Per questo è così difficile, per me, essere amico di un altro essere umano.

Perché so quanto è difficile sfuggire al potere distruttivo che proviene dall’altro.

Ma nell’altro vi è anche un istinto alla vita.

Per me, dunque, essere amici, saper amare, significa saper discernere questi due istinti, queste due forze, presenti nell’essere umano.

Saper essere amici, saper amare, nella mia visione, vuol dire anche dire no.

Dire no all’istinto di morte che vedo, che trovo, nell’altro.

Essere amici, saper amare, per me, significa allora non legarsi all’altro, né legare l’altro a sé.

Ma rompere i legami.

Incentivare, sollecitare l’autonomia dell’altro.

Solo così si può uccidere l’istinto di morte.

Solo così si può amare salvando la propria integrità.

* Rendersi e rendere liberi

Stare con gli altri non è facile.

Vuoi per la propria parte nevrotica, vuoi per la nevrosi o la cattiveria che presentano gli altri.

Molte volte, infatti, cercare gli altri o stare con loro, in alleanza, in complicità, è una trappola, è il bisogno delle reciproche nevrosi, il risultato di reciproci egoismi.

Molti, a questo proposito, credono che essere buoni significhi dire sempre si, porsi a completa disposizione, soddisfare ogni richiesta, dell’altro.

Io credo, invece, che si debba discernere il tipo d’aiuto da offrire all’altro, affinché esso lo stimoli nella sua crescita personale.

Non e’ sufficiente dare.

Bisogna anche e soprattutto domandarsi perché si dà.

Si può scoprire, ad esempio, che il dare funge da compensazione a propri sensi di colpa, a sensi di inferiorità; o è finalizzato a legare a sé l’altro, o a coprire la propria solitudine.

Il vero stare con gli altri fa crescere l’altro, lo rende autonomo ed indipendente.

O comunque è così che ci si deve proporre agli altri.

Ogni giorno.

Stare con gli altri

non significa sopportarli.

Non significa soffocarli.

Non significa chiudersi a loro.

Non significa possederli.

Non significa controllarli.

Ma renderli liberi ed aperti alla vita.

Al di là di noi.

Al di là della nostra presenza.

E comunque così noi dobbiamo proporci solo così .

* Lo sguardo pulito

Creare in sé, acquisire, la capacità di stare con gli altri, come io intendo, implica necessariamente un cambiamento profondo della propria personalità.

Un tale cambiamento non avviene automaticamente, gratuitamente, né in modo indolore.

E nemmeno è sufficiente la buona volontà, o il solo, mero, conoscere le proprie debolezze.

In questi modi l’io si confermerà nelle sue pulsioni narcisistiche, autoprotettive, autogiustificative,manipolative, mortali.

O si recuperano e si risignificano la responsabilità e la consapevolezza, personali;

il progetto del cambiamento vero, profondo, concreto, del proprio Io,

oppure si cadrà continuamente, in modo perverso, ineluttabile ed inesorabile, nella trappola della deresponsabilizzazione, della superficialità.

Superficialità, creatrice o complice inconsapevole della cattiveria, che vedo ormai sempre più diffusa, sempre più imitata, assunta, copiata e che pare riprodursi all’infinito.

Il coraggio di stare di fronte a se stessi, di sostare nel proprio Io per interpretarne, decifrarne i lati oscuri, fragili, negativi, misteriosi, che albergano in tutti noi,

il coraggio di entrare dentro di sé in profondità per dare senso al proprio esistere su questa terra ( per me operazione assoluta, alta e unica, che dà il senso della mia vita, del mio tempo, della mia scrittura ), sono condizioni indispensabili, senza le quali non si può giungere veramente agli altri.

Per pulire il cuore, per rimanere fermi a guardare la propria immagine intera, reale, bisogna localizzare e ridurre, annientare, il meccanismo psicologico della proiezione.

La proiezione, che ritengo una componente classica della personalità nevrotica e cattiva,

è quel meccanismo psicologico, in genere operante a livello inconscio, ma che non cambia alcunché dal punto di vista della consapevolezza personale,

attraverso il quale una persona attribuisce ad altri, i suoi capri espiatori, le sue vittime, determinati pensieri, sentimenti, desideri, azioni, comportamenti, che, in realtà, sono suoi.

Si pensa che in questo modo il soggetto abbia la convinzione, illudendosi, di conservare la propria autostima :

“Non sono io il cattivo, ma l’altro”;

“Non sono io il colpevole, ma l’altro”,

e così via.

Questa operazione porta a mistificare, a non scoprire la vera natura della propria persona, della propria cattiveria.

. Non conosce l’altro.

. Costringe a stare in superficie.

. Impone il giudizio sull’altro.

. Invoca la condanna dell’altro.

. Chiama la cattiveria.

. Chiama la chiusura e l’ottusità dell’essere umano.

. Chiama la non vita.

. Impedisce l’incontro, il dialogo.

. Impedisce la conoscenza di sé e dell’altro.

Per questo, eliminare in se stessi la proiezione, rinunciare a vedere i propri fantasmi negli altri, significa liberare il cuore.

Ciò costituisce il vero punto di partenza per poter stare con gli altri, soprattutto con i cattivi.

Solo con un cuore pulito, autentico, divenuto puro, ma prudente, si può guardare se stessi, gli altri, il mondo, con sguardo libero e creativo. Vero.

Stop alla propria nevrosi

* La nevrosi come autoinganno

L’essere umano, da sempre, tende a fuggire da se stesso, dalle proprie responsabilità.

Piuttosto che entrare in un processo di autocritica, di reinterpretazione e di risignificazione della propriapersonalità, preferisce autoingannarsi, creandosi alibi, giustificazioni, proiezioni, che hanno lo scopo di deresponsabilizzarlo, di farlo rimanere, illusoriamente, senza colpa.

D’altra parte, ingannare se stessi, riversando sugli altri le proprie colpe e le proprie responsabilità, serve asopravvivere.

A credere di vivere.

Non a vivere.

Chi non vuole assumersi la responsabilità delle proprie scelte, del proprio Io, trova più comodo e più facile dare la colpa al potere negativo di qualcuno che è esterno a lui.

Tutto ciò può dare l’illusione della propria innocenza, ma condanna chi compie questa operazione alla superficialità, alla non responsabilità e alla non consapevolezza personale.

Soltanto l’entrare nella sofferenza e l’attraversarla permette all’uomo di liberarsi della propria nevrosi e di riconoscere il male in se stesso, non negli altri.

Certo gli altri possono essere portatori di male, di nevrosi, di negatività. ma incolpare gli altri non porta da alcuna parte.

E’ solo una giustificazione.

Ciò che conta è guardare dentro se stessi.

Nient’altro.

* La nevrosi come cattiveria

Abbiamo visto come la proiezione, meccanismo tipico della nevrosi, produca conseguenze sia in chi la vive, sia in chi la subisce.

In chi la opera produce cattiveria.

Per me, come per i latini, CATTIVO (captivus) vuol dire prigioniero, impedito, chiuso, bloccato nell’essere se stesso.

I cattivi sono dunque quelle persone non libere, incapaci di autonomia, di iniziativa, che non operano scelte, che si chiudono alla vita, al cambiamento.

I cattivi non rischiano per essere veramente se stessi.

Cattivi sono quei nevrotici che vogliono, o ai quali facomodo, rimanere tali.

Cattivi sono i superficiali.

Cattivi sono coloro che non hanno valori.

In questa accezione, la cattiveria è dunque caratteristica dell’essere, non è una modalità operativa, comportamentale.

Non significa, per esempio, fare del male, fare cose scorrette,...

cattivi si è dentro.

Naturalmente chi è cattivo dentro segna irrimediabilmente di cattivo tutto ciò che fa.

Essere cattivi significa non voler entrare in un cammino di crescita psichica e spirituale.

La persona cattiva è una persona chiusa in se stessa, incapace di relazione, di amicizia.

Il cattivo, in fondo, non si accetta e non fa alcunchè per cambiare, per migliorarsi.

. Il cattivo è incapace di amore. Per definizione.

. Il cattivo è, in verità, un depresso.

. Il cattivo è sempre irritato, inquieto.

. Il cattivo attiva sempre dinamiche psicologiche distorte, nevrotiche, perverse.

. Il cattivo non è mai libero dentro di sé.

. Il cattivo è un infelice.

. Il cattivo è un isolato, anche se crede di avere amici.

. Il cattivo è un malato.

. Il cattivo è morto dentro.

. Il cattivo è incapace di trasmettere vita a chi gli sta intorno.

* La nevrosi come non conoscenza dell’altro

Chi è oggetto della nevrosi, della cattiveria, di un altro individuo, cioè della sua proiezione, non riesce ad essere visto nella sua vera identità,

perché il cattivo non vuole vedere l’altro per quello che è, ma per quello che vuole che sia.

Chi proietta sull’altro il proprio vissuto non vuole, infondo, far vivere l’altro, non vuole viverlo nella sua diversità, nella sua complessità, nella sua autonomia, nella sua autenticità, nella sua forza.

Il cattivo cancella in sé l’identità dell’altro.

Solo così , non conoscendolo, non riconoscendolo, annullandolo, il cattivo può vedere nell’altro tutto ciò che vuole, i propri fantasmi, i propri demoni, le proprie perversioni.

La nevrosi, sotto forma di cattiveria,

non solo impedisce di conoscere veramente l’altro, la sua unicità, la sua irripetibilità, la sua specificità,

non solo impedisce di comunicare con la vera essenza dell’altro,

non solo cancella la vera identità dell’altro,

non solo impedisce l’amicizia con l’altro,

ma trasforma l’altro a propria immagine e somiglianza.

“TU SEI QUELLO CHE IO VOGLIO TU SIA”.

Ma se, chi pensa e chi vive ciò, è cattivo, l’immagine che egli costruirà dell’altro sarà necessariamente cattiva.

Le persone cattive non possono che distruggere gli altri.

La nevrosi, come cattiveria, non può che spargere distruzione, perché è essa stessa distruzione.

Il cattivo non vede la bontà, la serenità, la gioia, la bellezza, la vitalità, che sono nell’altro.

Anzi. Le vede.

Le vede così bene che ne è invidioso.

Si ritrova spaventato, e ciò crea in lui un sordo rancore, un agghiacciante istinto sadico che lo induce a distruggere, ad annientare.

E, per lo più, vi riesce.

I giusti, coloro che sono in cammino di crescita psicologica e spirituale, coloro che tendono a ridurre al minimo il loro tasso di nevrosi personale, devono guardarsi da tali persone.

Solo una grande forza, un grande equilibrio interiore, le può salvare, se vi si avvicinano.

Ci si deve difendere dai cattivi.

Conosco personalmente il loro terribile potere distruttivo.

D’altra parte, il cattivo non riconosce neppure il fratello.

Il cattivo vede e vive il fratello come nemico.

Così è stato per il primo atto di violenza nella storia

umana.

Per il primo assassinio. un omicidio per distruggere la bontà che c’era nell’altro.

Purtroppo è una storia che continua anche ai nostri giorni.

Molte persone sono pronte ad uccidere per difendersi dai propri fantasmi paranoici, dalle proprie perverse paure.

Che pensare dei padri che violentano per anni le loro figlie?

La cattiveria fa vedere il nemico nell’amico, l’avversario nel fratello, la donna da distruggere nella figlia.

La cattiveria porta inevitabilmente al delirio.

I cattivi sono, in verità, individui malati, psicologicamente morti,

che possono sopravvivere solo divorando prede, riducendo le persone a cose, contaminando e distruggendo ciò che trovano di bello e di vivo nell’umanità.

Non riconoscono i propri simili.

In loro vedono sempre dei nemici.

E credono che il male sia fuori di se stessi, mentre è vero il contrario.

* Fermarsi in tempo

In verità, la nevrosi, intesa come cattiveria, è la conseguenza di una personalità fissata, bloccata, allo stadio infantile, dove regna, senza limiti, un IO ipertrofico, egocentrico, narcisista, che non ammette il divieto, non conosce il limite, non conosce la realtà, non riconosce l’altro e ignora perfino la propria vera identità.

O meglio : non vuole sapere chi sia nella realtà perché ha una immagine di sé non reale.

Proprio per questo, per non volersi confrontare per quello che è veramente, incolpa l’altro di cose che egli possiede interiormente.

Queste persone, in genere, non cambiano.

Cambiano alcune, e solo se costrette a scontrarsi pesantemente con la realtà subiscono, di volta in volta, stati di frustrazione tali che possono far loro capire, seppure molto lentamente e faticosamente, che non sono onnipotenti, che non è loro tutto permesso e possibile,

che non possono fare sempre e liberamente ciò che vogliono.

Nella vita si è legati a tutto e a tutti, si è interdipendenti.

Quando si capisce ciò, si comincia a non guardare gli altri, ma se stessi.

Allora i limiti e i difetti che si vedevano negli altri vengono assunti, presi in carico, riconosciuti come personali.

Solo se si riconoscono e se si chiamano con il loro giusto nome le cose, si possono cambiarle, modificarle.

Solo se si ammette di avere difetti, lacune, lati negativi, si possono cambiare, migliorare.

Dunque, sono gli stati di frustrazione, di delusione, di sofferenza, di conoscenza dei propri limiti, che impediscono di restare catturati, coinvolti, dalla perversione, dalla cattiveria.

Solo nei momenti di vera sofferenza, di dolore vero, di privazione, di assenza, di impedimento, si conosce la verità.

La verità di se stessi.

Come veramente si è fatti.

Dentro.

Nel momento in cui si riconoscono i propri limiti si cresce.

La responsabilità, la coscienza, la crescita, la maturità, nascono nel momento in cui si accetta di uccidere i propri deliri di onnipotenza.

Si diventa maturi, cioè non si è più superficiali, quando si affronta la vita non con cattiveria, ma con il coraggio delle proprie responsabilità

* Come uscirne

Sapersi fermare, saper riconoscere i propri limiti, non significa automaticamente liberarsi della propria cattiveria.

Questa liberazione esige un cammino di crescita personale che non ha mai fine : è sempre da ricercare, da seguire.

Perché essa sfugge a qualsiasi definizione.

Perché la liberazione di cui parlo è una liberazione interiore, della mente, della psiche, dello spirito.

Sono contrario ad ogni tentativo di dominio dell’uomo sull’uomo, in qualsiasi forma esso si presenti.

E non credo agli obiettivi esterni, posti fuori da se stessi, che non cambiano l’interiorità, l’organizzazione psichica e spirituale della persona.

La stessa libertà, per esempio, che il figlio cerca nei confronti dei genitori non consiste necessariamente nel recidere i legami con essi, ma nel creare, dentro di sé, la libertà e l’autonomia personali.

Molte volte, perfino l’altruismo nasconde, mascherato, un enorme senso di onnipotenza o un grave senso di non stima di se stessi.

Il mondo e la vita possono divenire, dunque, luoghi dove realizzare, anche inconsapevolmente, i propri bisogni, i propri deliri, se non ci si libera, se non ci si ascolta dentro.

Un io cattivo può nascondersi dietro a qualsiasi cosa e parlare tutti i linguaggi, anche quello dell’amore

Vincere la cattiveria

* La capacità di ascoltare

L’Io cattivo tende a manipolare, a dominare.

Non ascolta.

Non sa ascoltare.

Perché l’ascolto è una capacità.

Non avviene naturalmente.

Appartiene alla dimensione dell’essere, non dell’avere.

Esige un continuo lavoro di crescita interiore, di affinamento psichico e spirituale, dove sono fondanti il senso del limite, la riduzione della propria nevrosi personale, l’eliminazione dei deliri, dei meccanismi di proiezione, per accogliere, con il cuore pulito, liberato, la vita, la sua essenza, le sue dinamiche.

. L’essere umano che sa ascoltare ha compreso che il mondo circostante l’ha creato lui, né può dominarlo, men che meno manipolarlo.

. L’essere umano che sa ascoltare accetta l’alterità, la diversità, l’unicità e l’irripetibilità di ogni persona.

. L’essere umano che sa ascoltare rinuncia a cambiare l’altro per fini narcisistici, egoistici, perché riconosce un’autonomia ed una dignità non manipolabili. Sacre.

Saper ascoltare significa sapersi svuotare dei propri bisogni, dei propri deliri, per fare spazio all’altro.

Per saper ascoltare bisogna liberare il cuore, la psiche, lo spirito.

L’ascolto viene prima anche dell’amore.

Solo chi sa ascoltare sa anche amare.

L’ascolto è il primo e unico potere da cui dipende la libertà dell’uomo dalla cattiveria.

Chi sa ascoltare appartiene al mondo.

Vive.

* La capacità di ricordare

Sa ricordare chi sa ascoltare il proprio passato.

Tornare al passato non per rimanervi imprigionati, ma per superarlo, per non commettere più gli stessi errori, dopo averlo interpretato, dopo avergli dato un senso.

Non dovete tenere davanti a voi il passato perché vi paralizzerebbe.

Tenetelo accanto, al vostro fianco, e vi aiuterà enormemente mentre vivete il presente !

La persona cattiva fa ciò che vuole, non ricorda, non tiene al fianco il passato.

Non vuole ricordare per poter continuare a fare del male.

Se ricordasse, se avesse memoria, non ripeterebbe più gli stessi atti cattivi.

Alla fine del secondo millennio, occorre possedere una visione del mondo e di sé nelle quali il passato non viene vissuto come qualcosa di lontano, di diverso da ciò che siamo oggi, come se non fosse capitato a noi.

Bisognerebbe viverlo come dimensione di continuità.

Noi siamo i figli dei bambini che siamo stati.

Il passato chiede di essere ascoltato.

Il passato vuole essere interpretato.

Solo ricordando il passato si può dare un senso compiuto al presente.

Solo ricordandolo e interpretandolo possiamo veramente cambiare, possiamo modificarci, migliorarci, divenire consapevoli, crescere.

E’ caratteristica dei malati, dei perversi, dei superficiali, dei cattivi, non pensare realmente a che cosa fanno, a chi sono, in una parola “perdere la memoria”.

Se invece lo si sa interpretare, si può significare anche il passato più triste, più tenebroso, più drammatico.

I cattivi rimangono tali perché non vogliono dare un senso diverso al loro passato.

In quanto dimensione non più modificabile, il passato sfugge al dominio delle persone bloccate nei loro deliri di onnipotenza.

Invece, proprio perché immodificabile, il passato ridimensiona, dà il senso del limite a chi lo ricorda.

Il ricordo di ciò che siamo stati sconfigge la nostra nevrosi, la nostra onnipotenza, la nostra cattiveria.

Solo il non dimenticare gli errori commessi ci fa crescere, ci fa maturare, ci apre ad una maggiore conoscenza di noi stessi, ad una maggiore accettazione, al recupero della dignità perduta.

Non è grave sbagliare, ma è molto più grave ripetere gli errori già commessi.

Bisogna saper riconoscere il proprio passato e liberarsene.

Il saper ricordare è essenziale come il saper ascoltare.

* Diventare responsabili

Le persone perverse, cattive,

Non hanno, in fondo, il potere di scelta.

Invece, le persone che cercano di ridurre il proprio grado di nevrosi sono libere, capaci di scegliere.

Libertà è la possibilità di scegliere tra il bene e il male, tra l’egoismo e l’altruismo, tra la salute e la malattia.

Ma per fare ciò bisogna essere responsabili.

Responsabili di se stessi, della propria integrità, della propria dignità.

l bene e il male non si trovano fuori di noi, ma dentro di noi.

Dipende dal singolo la possibilità di vivere la serenità o l’insoddisfazione, l’infelicità.

L’essere umano è dotato di senso nella misura in cui comprende che, una volta nato, non può più esimersi dal rispondere alla chiamata del proprio nome.

Non può più vivere se non in prima persona.

Costi quel che costi.

L’uomo, l’ho sempre sostenuto, è solo.

Solo di fronte a se stesso e alle proprie responsabilità.

Di fronte alla propria fragilità.

* Il coraggio di smascherarsi

Per riconoscere e accettare le parti negative di se stessi, che tutti gli esseri umani possiedono, chi più chi meno, per non proiettarle al di fuori di sé come se non le si possedesse, come se non fossero proprie, occorre coraggio.

Il coraggio di essere persone.

Il coraggio di essere veramente vivi.

Purtroppo è molto più facile e più comodo illudersi di essere INNOCENTI, non vedere la realtà della propria personalità, costruirsi una falsa coscienza, sicura, tranquilla, impenetrabile alle critiche, alle verifiche.

D’altra parte, da soli non si va vanti nella crescita, non si riesce ad avere una visione critica ed autentica di se stessi.

Occorre sempre l’altro, che interroga, che critica, che pone domande, che mette in discussione.

Non ci si può liberare da soli.

Il crederlo e il farlo sono solo illusioni.

Non è questione di intelligenza o di sensibilità : non è possibile.

Questa operazione non è data agli esseri umani.

Semplicemente.

Inesorabilmente.

Tragicamente.

Solo un aiuto esterno può liberare l’Io dalle sue illusioni, dalle sue proiezioni.

Solo se si accetta l’altro si riescono a smascherare i propri inganni.

La verità, infatti, è dentro di noi.

Il COLPEVOLE non è un altro, non è mai l’altra persona, ma siamo noi stessi.

Riconoscere in se stessi la propria colpevolezza non è operazione masochistica, ma liberatoria e premessa di rinascita.

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra."

Per questo esiste il perdono.

Una volta riconosciute le parti negative di se stessi, ci si

può, ci si deve perdonare.

Chi non perdona a se stesso non perdona agli altri.

Ma, per crescere, bisogna morire.

E’ necessario uccidere i propri fantasmi.

E ciò è infinitamente doloroso.

Raggiungere la consapevolezza di sé, d’altra parte, non è mai facile, non è mai a poco prezzo.

Ma la morte è liberatrice.

Nello stesso momento in cui si muore, si nasce a nuova vita.

(Valerio Albisetti)

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