giovedì 16 luglio 2015

Il Martirio di S. Agata di Catania: La via dolorosa di una martire del III secolo

Diffusa est gratia in labiis tuis/ Propterea benedixi te Deus in aeternum.

Quando si parla di Sant'Agata (dal greco agathé, "buona", “gentile”), martire di Catania nel III secolo, viene subito in mente la vista dei suoi seni torturati e amputati, offerti su un vassoio in sacrificio per la fede. Essi sono anche il simbolo del suo patronato di malattie del seno e delle donne in generale. Tuttavia, molti altri cristiane di illustre memoria (Barbara, Cristina, Engrazia, Eulalia...) e in generale molte donne torturate nel corso della storia hanno subito questo tipo di tortura. Il fatto che sant'Agata spicca tra loro come riferimento per questa condizione è data dalla cultura popolare e il culto enorme che lei ha sempre ricevuto.

Conosciamo la storia della nostra Santa, ed i dettagli della sua intensa sofferenza, attraverso una passio, risalenti al V secolo, di cui ci sono una scrittura latina e due greche. Anche se hanno trovato qui alcuni cenni storici e notizie veridiche sulla nostra Santa, il tempo trascorso dal suo martirio e morte fino a la scrittura di questi fatti, due secoli e mezzo, consigliano di fare attenzione e non interpretare questa storia al valore nominale ma per quello che è realmente: la piccola notizia della vita e del martirio di una sublime cristiana, che sarà decorata con le storie e dialoghi successivamente aggiunti dalla devozione e dil culto.

Sembra certo che visse nella prima metà del III secolo e é morta martire per Cristo nella persecuzione di Decio, il 5 febbraio 251. Le tre versioni della passio sono d'accordo in questo. Sia il martirologio di Beda come quello di Adelmo (De laudibus virginitatis, capitolo 42) ci dice che apparteneva ad una famiglia ricca e nobile e da bambina, ha consacrato la sua verginità a Cristo. Tuttavia, vorrei mettere in discussione questo primo dato, -la ricchezza e la nobiltà di Agata- dal momento che, a causa delle torture atroci che lei ha sofferto, molto probabilmente lei non ha avuto lo stato sociale sufficiente che affermare fronto alle autorità romane per evitare la tortura, come si gli valse, secondo la sua passio, a Santa Cecilia, matrona e martire romana o, almeno, non Agata non godrebbe di cittadinanza romana, che anche assicurava di evitare il tormento.

In ogni caso, lo scopo di questo articolo è quello di percorrere la via dolorosa della nostra martire e quindi ha un punto di partenza nel loro arresto e l'interrogatorio da parte del pretore, -Quintiliano o Quinziano secondo versioni- che mira a rendere lei al sacrificio agli dei protettori dello Stato. Altre motivazioni, non troppo serie, sollevano una passione personale del proconsole per la prigioniera, che è un motivo ricorrente nelle leggende di vergini e martiri e ritengono pertanto che non dovrebbe essere data molta importanza.

La resistenza di Agata a tradire la loro fede sacrificando agli dei dell'Impero porta queste autorità a voler violare il suo voto di verginità; pertanto, è posta sotto la tutela di Afrodisia e sette figlie; tutte prostitute, che cercheranno di sovvertire lei per un mese, facendola vivere nel suo bordello e tentandola con il lusso, la ricchezza e il benessere che hanno raggiunto attraverso il loro mestiere. Sarà inutile. Ritornata a Quinziano e dopo un nuovo dialogho- che come l'altro, sono il risultato di l' redattore della passio-, il proconsole definitivamente ha perso la pazienza con lei, la fa schiaffegare e ordina di consegnarla a tortura.

Il primo tormento che Agata esperimentara nel suo corpo sarà la fustigazione con le verghe, che schiacciano la loro carne e sollevara la sua pelle. Poi, il equuleus o cavalletto: estesa su un'area di estremi mobili, saranno stroncate le sue articolazioni, un dolore ben più forte che quello della pelle livida dai colpi. E anche con le articolazioni delle braccia e delle gambe contorte, ancora si troverebbe ad affrontare una maggiore dolore, immensamente peggio: il seno torturato con tenaglie roventi, strappato inizialmente lentamente e, infine, amputato. L'orrore vissuto da Agata in questa mutilazione è stata riflessa dall'autore della passio, messa in bocca della martire una frase molto significativa, diretta come un rimprovero a Quinziano: “Non ti vergogna di strappare in una donna quello che tu succhiaste nello stesso corpo de tua madre?”

Sembrava impossibile che un corpo umano potesse soffrire tanto dolore e non soccombere alle richieste della autorità, ma Agata gli ha fatto. Così la ricordiamo. Quanti anni avrebbe? Quattordici? Venti? Età sconosciuta, anche se si suppone giovane. Ma giovane o meno giovane, a qualsiasi età, questa forza sovrumana, venata dalla grazia divina, ha avuto coloranti di vero eroismo. Gettata in carcere senza cibo né acqua, le autorità speravano che le ferite e malattie piegaranno la loro volontà. E 'stato facile morire, nello stato in cui avevano lasciato lei, ma l'autore pio della passio illustra l'intervento di Dio a favore della sua martire con l'emergere dell'apostolo Pietro, che miracolosamente guarisce le loro ferite e addirittura avrebbe ripristinato il seno amputato. Era nato il patronato di Agata sul seno delle donne.

In primo luogo, lo stupore del proconsole per vederla ferma e forte quando prevede la sconfisse; e la conseguente indignazione alla constatazione de che, nonostante gli insulti al suo corpo, Agata mai rinunciara alla loro fede e accettara il sacrificio agli dei di Roma; essi sigillano il loro destino. L'ultimo tormento, non meno orrendo degli altri, sarebbe stato gettata nudo in un letto di carboni ardenti e frammenti di vetro e della ceramica, ed essere caduta senza pietà su di loro. Lei probabilmente avrei dato la loro vita lì, de non essere -ci dice la passio- per l'improvviso terremoto che ha colpito la città di Catania e spaventato la gente del posto. La torba, superstiziosa, crede di vedere in questo fenomeno naturale l'intervento del Dio dei cristiani in soccorso per la sua preferita; mentre Quinziano, più pragmatico e per evitare mali maggiori, comandò fermare la tortura. Non è venuto a molta compassione per liberare la cristiana malconcia: l'ha rimandato in cella. È morta lì.

Guarita da San Pietro o no, più tagli e ustioni vissute nell'ultimo tormento erano abbastanza per spedirela da questo mondo. In silenzio, o forse, come dice la passio, lodando Dio nella fervida preghiera e ringraziandolo per averla aiutata a superare questa prova brutale, Agata ha ceduto a una lenta e solitaria agonia. Non ha avuto la morte fretta e gloriosa dei martiri decapitati con la spada, alla luce del giorno e con le migliaia di facce che testimoniano il transito trionfante. Alla vergine di Catania solo il buio e il silenzio ha accompagnato la sua morte lenta e discreta. Infine, il corpo, vinto da così tanta tortura, ha liberato la sua anima, che aveva trionfato su tutto.

Agata di Catania, sublime cristiana, coraggiosa eroina, martire di Cristo, morta come la fiamma di una candela esaurita, è entrata per sempre nell'eternità: l'eternità della gloria divina, per la che aveva tanto sofferto; ma anche l'eternità della memoria umana, che l'ha rimasta viva tra i secoli, nell'anima e nel cuore.

Ana Maria Ribes Crespo - Laurea in Storia - Algemesí, 7 dicembre 2011

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